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Finito
di stampare nel giugno 1999 in poche copie a cura dell'autore |
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L'incontro fra il prof BlRO FADU (in ungherese
è regola che il cognome preceda il nome) e il pitt AROLDO MARINAI avviene
in un'atmosfera di perfetta rilassatezza, a Serrazzano, di fronte a
un focarile frusciante di legna in lenta combustione, piccoli rumori
ovattati, buio di prima notte fuori dalle finestre (che in questa seconda
parte è intanto diventato un buio dì seconda notte), allegre "margaritas"
nei bicchieri appannati. |
Siccome c'ero, anche se non apparivo, da questo momento vado avanti io a raccontare
quella notte, con gli appunti che mi son preso nel mentre che il registratore
era spento. Intanto non è vero che piovesse granché, piuttosto c'era un vento
infernale, che a Serrazzano è una cosa frequente, sai le persiane che son venute
giù d'un botto dalle facciate del castello. A rischio del passante. Ma insomma,
lasciamo perdere.
E Lola, che non si sente mai la voce, ma d'altra parte sempre parlante in un
sussurro, mi ricordava certe svizzere o friulane, che poi non erano nemmeno
tanto santarelline come all'apparenza.
Ma anche questa è un'altra storia. Lasciamo perdere.
Devo fare altri aggiustamenti. Eccone uno: al professore mancava un dente davanti, questo finora non è risultato da nessuna parte. E non è che ci vedesse tanto bene. Sentire ci sentiva bene ma vedere ci vedeva poco. Altre cose che non risultano: il pittore aveva - questo da sempre - l'occipitale piatto e un bozzolo sulla nuca, quasi all'attacco della colonna vertebrale. Come quello che hanno i cani, nello stesso posto. Pare - dice - che sia segno di capacità matematiche. E infatti tutti sappiamo che i cani se la cavano abbastanza bene col contare. Esempio: se ci sono due cani e tu sei solo, quelli è capace che ti infastidiscano. Se tu sei in compagnia di due amici (totale tre) i due cani rugliano indispettiti ma stanno buoni. Casomai attaccano quando vi state allontanando, alle spalle, vigliaccamente, ai polpacci. Sono delle merde, i cani. Non mi venite a raccontare storie. Delle merde secche.
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CASA,
CASINA MIA. Aroldo Marinai, 1999. |
Una preghiera biascico tutte le sere:
«Oh Dio Dio, Dio misericordioso e potente, fammi un regalino, fammi una grazia,
ti prego ti prego, t'adorerò per sempre giorno e notte, te lo prometto. Fa'
che tutti muoiano stecchiti da un momento all'altro e io resti solo al mondo.
Non farli soffrire, semplicemente eliminali, schiattali, dissolvili, levameli
tutti di torno, non voglio vedere più nessuno appena riapro gli occhi, uno due
tre, voglio non avere più nessuno d'attorno per tutti i secoli dei secoli e
così sia».
E resto in attesa qualche secondo per dargli tempo di esaudire la richiesta.
A volte ci credo, nel miracolo, come sono ingenuo!
Eccoci! Eccoci - eccoci: respiro un'aria diversa come passata all'ozonizzatore,
non c'è più nessuno in giro, sento una specie di silenzio, l'assedio delle sette
frecce.
Poi trilla il telefono.
Rabbia e smacco! E non vado a rispondere.
Biro Fadu stava squagliandosi sulla poltrona come un orologio di Dalì, nel tentativo di allungare i piedi verso il fuoco del caminetto, il pittore aveva cominciato a parlare della sua poco probabile ma non impossibile immortalità. Della sua propria, di se medesimo.
Quindi dovevo essermi assopito per qualche momento, per via delle margarite, può darsi, perché proprio non ricordo come ci fossero arrivati a questo argomento.
Margarita casalinga secondo la ricetta del pittore, dosi per una persona. Spremere il succo di mezzo limone. Travasarlo in un bicchierone. Aggiungere una uguale quantità di Cointreau. Memorizzare il livello raggiunto e raddoppiarlo versando tequila bianca che è ottenuta in pochi giorni di fermentazione delle agavi messicane ed è meno caratterizzata di quella giallina invecchiata per tre anni in botti così e cosà (quest'ultima bevetevela tale e quale con lo spicchio di limone e il sale che è sempre una bella botta alcolica ed una esplosione di sapore nello stomaco. il limone rinforza i capillari, il che non guasta).
Aggiungere tre o quattro cubetti di ghiaccio, agitare per mescolare e tirare una lunga sorsata. Col passare del tempo il ghiaccio allunga la bibita, ma l'attacco è una meraviglia. Chi se ne frega del sale torno torno al bicchiere, eccetera.
Il pittore più o meno stava dicendo, mentre intanto sporgeva il sedere verso l'interno del caminetto soffregandoselo con le mani: il concetto di infinitezza l'abbiamo in mente, giusto?
Se una cosa è tanto grande, ma poi finisce, cosa c'è dietro? Altre cose.
E via e via. E dietro le cose? Eccetera.
Insomma uno continua a tirar fuori questo fatto del cosa c'è dietro e cosa c'è dopo. E questo è il concetto di infinitezza come ce lo possiamo figurare, giusto? Non matematico, non scientifico, per l'amor di Dio. Siamo nell'ambito dell'esperienza provvisoria universale generalizzata di base, ma è quella che conta, giusto?
Dunque ci troviamo a fare i conti con l'infinito, con l'eternità. Noi da una parte, l'infinito dall'altra, ci guardiamo negli occhi, giusto?
Altre volte prego il Signore: «Dio altissimo e incommensurabile, senti, lasciamo
perdere il resto del mondo, facciamo una cosa semplice, fra di noi ci s'intende,
e poi questa non è difficile. Fammi morire ora, subito. Fammi uscire da tutto
questo e tutto quanto, cristo d'iddio non lo vedi come sto male? non ne posso
più, vien via: lascio tutti ai loro spassi e ai loro strapazzi, esco di scena
zitto zitto. Non voglio altro, non ho nulla da dire a nessuno, niente messaggi
raccomandazioni consigli recriminazioni lamentele. Nulla di nulla. Fammi scoppiare
e sarà la cosa più bella che mi sia capitata in questa breve ma noiosissima
esistenza. Deo gratias per omnia secula secu-lorum. Davvero molto obbligato.
Amen».
Nulla. Come parlare al muro.
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HERE
COMES THE BRIDE. Aroldo Marinai, 1999. |
Ma - diceva il pittore - sappiamo bene che il concetto di infinito ci cresce
tra le mani (eh, eh).
E mandava un'occhiata di traverso a Lola mentre la faccia restava rivolta al
professore, come per un'intesa complice, e si fregava le mele al calore del
fuoco, e si chinava sul bicchiere in cui aveva piazzato una cannuccia di plastica,
a suggere.
Giusto? - diceva il pittore - Ammesso uno, ammessi tutti. Quanti infiniti ci
circondano?
Pausava ad effetto.
Poi si rispondeva da solo come declamando: INFINITI!
L'infinito non è uno, se infinito dev'essere bisogna considerarlo un numero
infinito di volte. Giusto? Dunque è appurato. Abbiamo d'intorno infiniti infiniti
e noi ci siamo dentro.
Il professore mi va di dire che se la prendeva in maniera molto riflessiva. L'occhio lucido, le gambe allungate sul piano del focolare, ascoltava attento, faceva segni d'approvazione col capo, aveva già quasi finito il bicchierone di margarita. Forse aveva anche fatto un gesto rotatorio col braccio quando il pittore chiedeva sul numero degli infiniti a disposizione, come a dire: a iosa, avanti un altro, chi più ne ha più ne metta, s'accomodino pure, ce n'è per tutti, e via.
Cosa ne deriva - diceva il pittore - da tutto questo profluvio di infinitezze? Eh, mica saranno tutte uguali! Quando mai? Intanto CERTAMENTE avremo modo di rivivere la nostra vita un mucchio di volte. E non solo la nostra vita quale l'abbiamo vissuta. Ma anche la nostra vita con tutte le più insignificanti variazioni.
Quella in cui nel libro che abbiamo letto a dodici anni ci sarà una parola al posto di un'altra.
O anche solo una virgola al posto del punto e virgola.
O una pagina sarà ingiallita dal sole, o macchiata da una goccia di vino, o con una zanzara spiaccicata...
E tutte le possibilità immaginabili e non immaginabili.
Non immaginabili anche per mancanza di tempo, EH EH - ridacchiava il professore - e ci sarà una vita in cui questo bicchiere mezzo vuoto sarà invece bello pieno, SGUIT. Al che il pittore si alzava e tornava a spremere e miscelare, e intanto muoveva la testa in senso affermativo. Certamente, è così semplice, tutte le variazioni e tutte le possibilità, incluso il ripetersi esatto di questa vita, e anche il non ripetersi affatto. E il ghiaccio tintinnava nei bicchieri. Per esempio il non essere mai nati, anche, certamente. E l'essere morti a ventitre anni, o a centosessanta. E il non essere morti mai.
Eccoci!
A quanto corrisponderebbe, in termini di follia, questa chiacchierata che mi stava trapanando il cervello? Una ventina di sedute di elettroshock, diciamo, tre mesi di docce gelate, qualche centinaio di pasticconi multicolori. Altro che margarite. Belle ronfate sode di sedici ore al giorno, rincitruilimento coatto - ma assistito - detto terapia o terapia intensiva, ciabattare in pigiama per corridoi grigio-cenere, vedersi cascare briciole di cibo dalla bocca e riderci sopra, imparare a fumare un bel due pacchetti di nicotine al giorno, sbrodolare parole smozzicate, tutte le ritrose ritte nei capelli, eccetera. Che ne so? E forse anche peggio.
Così va il mondo. Non l'ho mai capito.
E invece: eccoti l'immortalità, spiattellata facile facile davanti ai nostri occhi sognanti.
Il tempo: ZIP, scomparso e insignificante.
Tutte le vite mai possibili: CLIC, presenti e accettabili.
Anzi, meglio. il tempo è diventato il tempo di ogni tempo, cioè presente contemporaneo e inamovibile. Tutto è tutt'insieme, ORA.
Risultava che «tutto è ora». Se questo avesse un senso... ma è l'insensatezza del non aver senso...
Non c'era modo di definire l'euforica sensazione pervasiva di onnipotenza e onnipresenza e vanità.
GHE GHE - faceva la ridarella sdentata del professore - quelli dice che il futuro è ora, sempre dice questo: il futuro è ora, anime semplici, e pensa invece che il futuro non è né ora né mai, GHE GHE...
Dimolto punk, per quell'età, mi veniva da pensare.
Senza dire.
Tra ninnoli e nannoli s'era fatto ben tardi. Notte fonda.
Fu a questo punto che il pittore per la prima volta cercò in giro una eventuale approvazione. Non da parte mia, che anche se c'ero non apparivo. Il pittore guardò il professore e vide che quello ciondolava la testa avanti e dietro come dire sì sì certo in fondo era facile ci avevo pensato anch'io, ma non si poteva capire a cosa pensasse esattamente. Ridacchiava. Borbottava.
www - mi pare che dicesse - gnèc peresgnèc @ GNÈC.
O simili. Pittore fuso. Professore fulminato. Lola, che ne aveva viste di ben più serie, calma e riflessiva.
Io qualcosina di Lola sapevo e so. E qualcosina posso anche dire. Ma poco. Considerate la mia posizione inconsistente. Tipo: gli anni passati da Lola ad accudire il padre vecchio invalido e delirante che vedeva persone infrattate sugli armadi della camera da letto.
Queste ossessioni mescolate al lezzo degli scatarramenti in via d'essiccazione nelle varie pezzuole e dell'evaporazioni dal vaso da notte, malgrado lo sportelletto chiuso del comodino in noce massello.
«Lola, falli scendere!» berciava stridulo nel pieno della notte.
Non che Lola fosse troppo convinta del delirio paterno. I casi sono sempre due, dice. O c'era davvero qualcuno sugli armadi. O quello continuava a inventare cose tanto per non annoiarsi.
Sono intricati i rapporti genitori-figli.
Già. E la vita non è un giardino di rose. E via così.
Sono lo specchio in attesa dell'uomo invisibile - diceva il pittore.
Non lasciarsi prendere ma lasciarsi sorprendere - ribadiva il professore.
Ognuno a parlare per proprio conto. Succede spesso. Dappertutto. Dico un nome e la finisco lì: Beckett aveva visto previsto detto fotografato e scritto. Bello tondo. Per me va a far compagnia a Leonardo da Vinci, Enrico Fermi et al.
Il pittore adesso si lamentava. Gli era crollata addosso l'insoddisfazione
che segue ogni grande impresa. Uggiolava. Tristicchiava. Ogni cosa prendeva
la patina grigiolastra del tramonto. Sboffava come: una grande quantità di cose
non meritano di essere dette perché manca un uditorio adeguato. Anche come quantità,
voglio dire, non c'è abbastanza pubblico a sentirle. E non è mai il pubblico
giusto, o cazzo e stracazzo, qualificato, merda...
Il professore: dov'è ormai la voce dei vinti e degli sconfitti? il pittore:
la mistificazione storica...
il professore: anzi SGUIT con internet quella governa arbitrariamente ancora
più
il pittore (ormai è un sussurro): Giulio Cesare docet
il professore: ma quello diceva anche che due pomodori e un cavolo al giorno
levano il canchero di torno
il pittore: non mi pare...
il professore: me l'hanno assicurata
il pittore: macché, in ogni modo ce ne vogliono chili
il professore: garantita
il pittore: CHILI, ha capito bene? altro che uno o due
il professore: saranno San Marzano? A me piace San Marzano
Pause sempre più lunghe. E via. E via.
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AMORE
MIO, RITORNA A CASA! Aroldo Marinai, 1998. |
Il quieto chiacchiericcio mi deve aver fatto scivolare in un breve sonno. Quando una gamba informicolita mi ha costretto a cambiare posizione e riprendere coscienza, stava di nuovo piovendo con confortante regolarità, il registratore era di nuovo in funzione e sul riproduttore girava un CD di Tindersticks tenuto basso, nel caminetto c'era nuova legna, intorno c'erano fumanti e invitanti piatti di penne coi broccoli e qualcuno aveva acceso un toscanello.
Penne coi broccoli secondo la ricetta del professore, per una persona. Prendere due belle cime di broccolo (col gambo, anche se grosso, e non solo il pennacchio verde). Lavare brevemente. Separare i ciuffetti verdi dal tronco fibroso. Tagliare quest'ultimo in pezzi e pezzetti - non più grandi di una noce - e gettarli (o farli scivolare) nell'acqua bollente e salata. Dopo cinque-dieci minuti di cottura buttare le penne - diciamo un etto o poco più - e dopo altri tre-quattro minuti aggiungere i ciuffetti verdi. A cottura (della pasta) ultimata scolare e versare in una zuppierella in cui stia già ammorbidendosi parecchio burro. Grattugiare formaggio a volontà. Presto, in modo che si sciolga al calore e si amalgami con la pasta. Nel colapasta restano in genere molti fiori e pinferi di cavolo, le parti più morbide e delicate, che sarà meglio ricuperare con un mestolo di legno.
| rapidità d'esecuzione: | 1 asterisco |
| prelibatezza: | 3 forchette |
| semplicità: | 2 punti |
| pancia: | piena |
| salute: | zero - alle solite. |
(fine della seconda parte) oppure (continua)
| LOLA G. MONTEZ è deceduta
all'inizio del 1997 per complicazioni. Il prof BIRO FADU è stato recentemente
rinchiuso in una clinica austriaca per disturbi mentali. AROLDO MARINAI
è morto suicida - come da sue disposizioni - in data da stabilire, dopo
una vita bronga ma illuminata da ars levis. |
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